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Cubareale - Niki

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Un demone di nome democrazia

05.09.2012 09:42

 

settembre 4, 2012

di Massimo Campo

http://nuovacuba.wordpress.com/

Mi interesso della “questione Cuba” da circa 10 anni.

In molti ne sanno sicuramente più di me, ed è un piacere scoprire sempre qualcosa di nuovo relativo a ciò che si ama. Ma molti altri ne sanno meno, credono di saperne molto, e comunque sono convinti che la propria opinione su una materia così dinamica e complessa, come la Cuba attuale, sia una sorta di dogma indiscutibile.

Come spesso accade il dialogo più produttivo e profondo avviene proprio con chi la pensa diversamente, sarà per questo che i miei più cari amici hanno una visione politica completamente opposta alla mia, e non casualmente questo accade anche per la scelta, effimera ma importante, della squadra di calcio da tifare.

Nella diversità c’è maggior stimolo intellettuale, senza dubbio.

Quando ho cominciato a frequentare Cuba l’ho fatto senza particolari interessi politici. Ero e sono un moderato che non concepisce ne la destra ne la sinistra estrema, se pur questa scolastica classificazione possa avere ancora senso. Ero non proprio affascinato dalla figura di Fidel Castro, che come tutti i rivoluzionari da quando esiste la società umana, ha sulle spalle azioni straordinariamente meritevoli di lode ed altre che naturalmente si declinano nella barbarie della civiltà.

Le “rivoluzioni di velluto” sono davvero merce rara nella civiltà umana, merce rara ho detto… non impossibile da trovare: rivoluzione di velluto.

Malgrado la mia imparzialità di vedute ero incuriosito intellettualmente da un personaggio realmente storico come Fidel Castro. Chi, in un senso o nell’altro, potrebbe non esserlo?

Ho amici cubani in Italia, quindi la prima volta vado a Cuba affittando una casa particular di fianco alla famiglia di questi miei conoscenti.

Comincio a frequentare la meravigliosa Avana. Città affascinante in ogni suo aspetto, e detto da una persona che abita nel centro storico di Roma questa affermazione ha un peso.

Scopro una città a tratti restaurata, pulita, piacevole. In gran parte decadente, ferita, trascurata. Mi spiegano che è dura curare una città di questo tipo, ci vogliono interventi molto costosi e Cuba è un paese dalla economia abbastanza semplice che ha sicuramente bisogno di svilupparsi.

Poi scopro altri quartieri, più eleganti, protetti da molta polizia malgrado ci siano poche persone in strada. Mi spiegano essere le zone bene della città. In genere, ma non sempre ed esclusivamente, riservate alle alte sfere delle Forze Armate.

Il secondo giorno accade una cosa incredibile, per un occidentale come me.

Vedo un cittadino fermare una automobile, evidentemente di qualche organizzazione statale, l’esercito se ben ricordo, ed ottenere un passaggio.

Sbarro gli occhi e chiedo un chiarimento.

Mi viene detto dai miei amici cubani che l’automobile è dello stato, ma lo stato non sono i cittadini? Quindi perché non avere diritto a chiedere un passaggio se c’è spazio disponibile sul mezzo?

Sorrido intellettualmente umiliato dalla bellezza e dalla semplicità di questo ragionamento politico.

Cuba è un luogo diverso, comincio a comprenderlo.

E comincio a fare qualcosa di importante, metto da parte le mie regole occidentali, europee, cattoliche, capitaliste, per cercare di comprendere la diversità di questo meraviglioso spicchio di mondo.

Lo faccio con pudore. Lo so che capire non sarà semplice, mi basterebbe avvertire il senso profondo di quella diversità.

Con la mia ingenuità delle cose cubane mi presto ad aiutare un amico per organizzare una festa, non sapendo che organizzare una festa in un appartamento significa togliere i mobili per creare lo spazio dove ballare. Scoprò così cosa significa fare un minitrasloco (e poi riportare tutto il giorno dopo) ai Caraibi, in agosto. Ma yo estoy gordo, così faccio ginnastica, penso.

Yohander, nome strano anche a Cuba mi dicono, mi accompagna da una sorridente ed arzilla vecchina al piano terra. Parla in cubano veloce e sincopato e capisco che la informa della festa. Penso è persona educata e l’avvisa del possibile rumore.

Poi sempre Yohander mi indica e capisco che sta spiegando che sono italiano. La vecchina mi guarda perplessa, ma il mio amico subito interviene spiegando che sono un collega di ufficio, a Roma, di un suo cugino. E mi fa indicandomi “Dille che conosci Jose”. Io mi avventuro nel mio spagnolo scolastico e dico che sì lo conosco da anni a Roma e che sono a Cuba in vacanza. La cosa continua su questo tenore per qualche minuto, non di più.

Poi comprendo chiaramente che la signora chiede due cose.

Due bottiglie e di avvisare un ufficio, una stazione, sulle prime ho dei dubbi.

Il mio amico dice che certo, che lo avrebbe fatto, che è giusto, che è corretto e così via. Io non parlo.

Salutiamo, usciamo. La signora esce nel pianerottolo e dalla scala all’aperto urla il nome di una persona. Chiamandola, evidentemente.

Scopro così l’stituzione del  Comités de Defensa de la Revolución.

Poco dopo la sfacchinata del ministrasloco vedo Yohander che prende 2 bottiglie di rum, quello buono (pagato da me), e le porta al piano terra.

Dopo il trasloco mi faccio una doccia, Yohander mi presta una sua camicia che la mia era zuppa dall’inaspettata fatica… ed andiamo alla stazione di polizia. A poche centinaia di metri dall’appartamento.

Mi dice “Massimo, aspetta fuori. Ma dammi il passaporto. Io avviso il poliziotto di turno che ho parlato con la delegata del CDR e che ci sei tu come ospite. Probabilmente non ci sarà bisogno di entrare, ma se vengo a chiamarti tu devi dire che non ti interessa nulla la politica e che sei qui per il mare. E che conosci Jose T. R. che lavora legalmente in Italia. Massimo, non devi dire altro che esattamente la verità”.

Non nego che ho avuto un certo timore. Io non volevo neanche che ci fosse la possibilità di dover parlare con la polizia. Lui mi ha rassicurato. In effetti non sono dovuto entrare. Quella ostentazione delle regole formali è stata sufficiente.

“Ma scusa, dovete dire tutto alla polizia e a quella signora del primo piano?”.

“Massimo, il marito di mia sorella lavora in un Ministero. Ha anche un buon livello di importanza. Lui viaggia spesso in Europa per lavoro. In famiglia abbiamo un modo di vedere le cose, dobbiamo essere precisi e rispettare le regole. Hai visto la Fiat UNO con cui ci muoviamo? Non è mia, è del marito di mia sorella. Io ho la patente ma lo stato non mi ha ancora concesso il diritto alla guida. Questo è un brutto quartiere, ma mia sorella vive in una casa molto bella che poi ti farò vedere. Domenica siamo a pranzo da loro”.

Stavo entrando nella diversità cubana, lentamente. Ma poi neanche così lentamente.

La mia ingenuità cominciava a sconfinare nella stupidità quando ad un certo punto della festa, bevendo con delle persone sconosciute, me ne sono uscito con qualcosa che poteva essere del tipo “ma certo che ‘sto Castro comanda tutto lui” e come un fesso (ora lo so) ho iniziato a fare domande politiche.

Gran parte di quei ragazzi erano appena laureati, o stavano per farlo, in facoltà inerenti le discipline economiche. Molti stavano svolgendo degli stage in ministeri o comunque in aziende dai nomi più svariati che poi ho saputo essere di proprietà delle Forze Armate.

Insomma, erano ragazzi abbastanza in carriera, se vogliamo usare questo termine occidentale. E lo erano in contesti davvero statali. Non stavano facendo carriera in qualche ristorante, ma volevano farla nei principali ministeri dello stato.

Yohander, con calma certosina, mi ha spiegato in maniera simpatica che a Cuba puoi chiedere ad una persona che hai appena conosciuto quali sono le sue preferenze sessuali con la moglie o l’amante. Ma che parlare di politica con uno sconosciuto, che ero io, ed in pubblico… non era davvero il massimo della vita.

Questa mia educazione spirituale, ancor più che politica, è proseguita per 5 anni.

In questi 5 anni ne ho passato più di uno intero all’Avana. Con la fortuna di poter gestire il mio lavoro italiano da remoto.

In questi anni ho scoperto una Cuba che non viene raccontata in Italia.

Una Cuba fatta di prostituzione di massa, ho pubblicato un libro per raccontare la storia di diverse jineteras. Fatta di mercato nero e miseria. Fatta di vergognosi privilegi per i turisti a scapito dei liberi cittadini cubani. Una Cuba dal partito unico dove non si deve parlare in pubblico, perchè almeno una piccola percentuale di persone che sono sedute nel locale in quel momento stanno lavorando per la polizia politica. Una Cuba dove una ragazza non può parlare in pubblico con un turista, ma se offri da bere alla polizia il problema si supera. Una Cuba dove il CDR è una forma di spionaggio paramafioso istituita a livello condominiale. Una Cuba dove il libero pensare è semplicemente anticostituzionale.

Io non prendo soldi da nessuno. Rubo molto del mio tempo personale per scrivere e ricercare di Cuba. Non ho interessi nel parlare male di nessuno, di Castro, del castrismo, del regime, del governo. Non ho interessi a farlo, ho solo l’obbligo morale di farlo. Perché Cuba è una dittatura. La si potrà chiamare dittatura soft, dittatura sociale, dittatura solidale. Ma è e resta una dittatura a tutti gli effetti.

Io spero solo in una Cuba democratica.