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Da Castro I a Castro II di Zoe valdes

28.09.2012 11:44

 

Da:  http://nuovacuba.wordpress.com/

quello presentato è un articolo del 2008. Dopo qualche anno dal passaggio di potere tra i fratelli Castro, come in una saga medioevale, è interessante rileggere quello che aveva previsto Zoe Valdes. Attenta osservatrice della realtà cubana e scrittrice in esilio.

 

di ZOE’ VALDE’ scrittrice

Con una lettera precisa più che minuziosa, in cui esprime chiaramente che il suo desiderio è sempre stato quelle di resistere fino all’ultimo respiro, Fidel Castro si è congedato dal governo, non però dal potere. Da tempo noi cubani aspettavamo la notizia, in due varianti, come in un romanzo di Gabriel García Márquez: una, quella che si è verificata, era Cronaca di un pensionamento annunciato, e l’altra Cronaca di una morte annunciata, che al momento non sappiamo esattamente come e quando accadrà ma sappiamo che non tarderà. Abituati alla teatralità del personaggio, nell’uno e nell’altro caso avremo uno spettacolo di prima qualità, roba da prenotare posti in prima fila. La notizia è stata divulgata alle prime ore del mattino, quando i cubani dormono: siamo venuti a saperla prima noi dell’esilio che quelli dentro Cuba, come del resto succede normalmente.

Qualche giorno fa, Jorge Ferrer, scrittore residente a Barcellona, mi ha spedito una breve e-mail sulla nuova situazione a Cuba, che benché non sia variato nulla qualche sfumatura di novità la contiene, e la parola che ha utilizzato per denominare lo stato attuale della politica cubana – se politica si può chiamare nel senso proprio del termine – dal momento in cui Castro I si è ammalato e ha passato il potere al fratello Castro II, è “raulismo”, con allusione, ovviamente, a Raúl Castro, che adesso dirige il Paese fino alle elezioni del 24 febbraio, elezioni che a mio parere seguiranno l’onda del “raulismo” collocando al potere Castro II.

Ferrer mi diceva che i codici dell’Avana erano cambiati con il “raulismo”. È un po’ che ci rifletto su, da quando conosco Raúl Castro, e sono tantissimi di anni. Perché noi cubani abbiamo sempre saputo che Raúl sarebbe stato il successore, già allora lo sospettavamo: arrivato quel momento, il castrismo continua, colpisce e rilancia con la via raulista, stesso cane con un diverso collare. Ho conosciuto Raúl Castro personalmente: avevo vent’anni, fu attraverso l’Icaic (l’Istituto cubano dell’arte e dell’industria cinematografica). La prima volta che mi trovai faccia a faccia con lui fu in occasione di una delle prime visite di Geraldine Chaplin all’Avana, nella casa messale a disposizione dalle autorità a El Laguito, dove un tempo stavano i milionari cubani e di cui si appropriarono i rivoluzionari una volta conquistato il potere, buttando fuori a calci in strada, e in esilio, tutti quei ricchi, tra cui ce n’erano sicuramente molti che appoggiavano Fidel Castro, e ancora continuano ad appoggiarlo dall’esilio.

Geraldine Chaplin in        quel momento si trovava all’Avana per inaugurare la sala cinematografica dedicata a suo padre, la vecchia Cinemateca che aveva cambiato nome in Cine Chaplin. Il gruppo se ne stava in un grande salone, conversando tranquillamente; io ascoltavo, io non parlavo mai, per evitare di riascoltarmi in un nastro magnetofonico in un momento di pericolo, perché venendo da dove venivo io, dalla povertà totale, l’intrusa là ero io, secondo gli altri ñángaras (comunisti) milionari. Poco dopo comparve Mariela Castro, che proprio quel giorno si era laureata in pedagogia, e poi arrivò sua madre, Vilma Espín, presidentessa della Federazione delle donne cubane dal 1959 al momento della sua morte, pochissimo tempo fa. Mariela Castro si pavoneggiò dandosi arie da principessa; anche se molto giovane si vedeva che faceva di testa propria, che si trovava nel suo elemento, nella sicurezza che dà conoscere e crescere nella menzogna del potere. Io mi sentivo a disagio, ma si sembrava affascinante essere insieme alla figlia di Chaplin, l’attrice-feticcio di Carlos Saura, una grande attrice. Poco dopo, mi accorsi che c’era uno strano movimento umano, guardie del corpo e gente che correva verso l’ingresso della casona, e perfino le chiome degli alberi che iniziava a ondeggiare in un altro senso, o almeno a me così sembrava. Qualcuno da giù commentò: “è arrivato il Capo”. Così appresi che per gli amici intimi e i familiari Fidel Castro era “il Capo”.

Non arrivò Fidel, non in quel momento. Arrivò Raúl, sorridente, con indosso una camiciola celestina regalo del Gabo [García Márquez]. Si accomodò accanto ad Alfredo Guevara dopo avergli dato qualche pacca sul gobbone coperto come suo solito dalla giacchetta (il saquito) tenuta sulle spalle, abitudine che valse al presidente dell’Icaic il nomignolo di Ñico Saquito (il povero menestrello che morì preparando coperti alla Bodeguita del Medio). Raúl Castro entrò, baciò Geraldine, sua moglie, un’altra pacca per la figlia, un festoso quiay [come ti butta?] agli uomini e si sedette vicino ad Alfredo Guevara. Scese un silenzio glaciale, che il secondo cittadino dell’isola interruppe sciogliendo la tensione con una serie di battute. Non erano battute pesanti come quelle che faceva e fa il fratello, mi resi conto che Raúl aveva un certo stile nel raccontare barzellette. Poi prese a burlarsi fraternamente dell’intellettuale Guevara, ma facendo sfoggio della sua competenza, citò letture che potevano essere invidiabili, in realtà menzionò libri che a Cuba erano proibiti, e andò avanti così, facendo il simpatico, dirigendo il monologo. Dopo, quando ormai teneva in pugno il prosternato uditorio, chiese a quello che allora era mio marito se stava scrivendo. Lui gli rispose di no, che aveva appena terminato un saggio. “E lei è tua moglie?”, mi indico sicuro di averci azzeccato; mio marito fece di sì. “Ora capisco perché non riesci a scrivere, con quelle gambe”. Si mise a indirizzare galanterie alle mie gambe. Tutti si misero a ridere, compreso mio marito. Io abbozzai un sorriso. Non ho l’abitudine di mettermi a scambiare battute quando si tratta di politici, e prima di allora non me n’ero mai trovato uno davanti.

Racconto questo aneddoto perché da allora la figura di Raúl Castro mi ha enormemente intrigato. Non meno assassino di suo fratello. Sappiamo che insieme al Che Guevara diresse le fucilazioni di massa nella prigione della Cabaña dal 30 gennaio del 1959 in poi. Quando finirono le pallottole, Raúl proseguì con la corda, vale a dire che comandò di impiccare i colpevoli. Senza processi di alcun genere tranne i processi popolari rivoluzionari, accuse sommarie. Molti innocenti morirono in quel massacro, venduto al mondo come atto di giustizia. Da quella sera in cui conobbi Castro II, quando Fidel Castro pronunciava accalorato un discorso sul palco io mi dedicavo a osservare Raúl, che applaudiva equanime, col volto immobile, senza la minima espressione, tutt’al più, a volte, un mezzo sorriso, gli occhi nascosti dietro occhiali scuri alla Jaruzelski. Il popolo credeva che quello simpatico fosse Fidel e quello duro Raúl, ma bastava essere un poco più svegli per capire che era un ruolo concordato in anticipo. Raúl avrebbe fatto la parte del duro, la gente lo avrebbe temuto molto di più, forse proprio perché doveva nascondere una certa mollezza. Soltanto che il popolo ha sempre avuto più paura di Fidel che di suo fratello. Raúl fallì in anticipo perfino nel recitare la parte del duro.

Due fenomeni mi fanno capire che la parte marketing del sistema sta virando leggermente in direzione del gusto e dello stile di Raúl, e probabilmente è questo che la gente vuole chiamare, con speranza, il “raulismo”. Due fenomeni che hanno a che vedere con il campo delle comunicazioni. Il primo è stato il Pavongate o Pavonato, quando sulla televisione cubana sono comparsi personaggi protagonisti della repressione negli anni 60 e 70, Pavón e compagnia, parlando come se nessun danno avessero causato. Gli intellettuali cubani ufficiali, che ora hanno tra i sessanta e i settant’anni, hanno protestato energicamente, si sono sentiti offesi dalla presenza di quelle persone che anni prima li avevano “espropriati”, li avevano “parametrati”, sprofondandoli per dieci anni e più nell’ostracismo, per dirla con i termini castristi in voga all’epoca. Tutto questo, censori e censurati in replica indiretta quarant’anni dopo, è stata una straordinaria messinscena: i corrispondenti esteri, i primi a cadere nella trappola, hanno commentato a destra e a manca che a Cuba si percepiva un cambimento, per il semplice fatto che gli ex repressori (che quando reprimevano ricevevano ordini solo da Castro, e adesso anche, perché nessuno ignora che la tivù è proprietà dello Stato) avevano potuto esprimersi in televisione e che – miracolo! – le loro vittime erano finalmente riuscite a protestare, ad attaccare apertamente i loro repressori, a rinnegare e condannare un passato, ecc. Tutto ciò, mi arrischio sostenere, è una manipolazione del “raulismo” e del “guevarismo”. Raúl Castro ha sempre seguito i consigli di Alfredo Guevara, che come ha giustamente detto Carlos Franqui nel suo libro Retrato de familia con Fidel, è l’”eminenza grigia” di questa “roboluzione”. (Il termine “roboluzione” è mio.) Non dimentichiamoci della messinscena che avvenne con il “caso Ochoa”, quando furono fucilate grandi personaggi della gerarchia cubana, il generale Arnaldo Ochoa, il più importante, e Patricio de la Guardia, tra gli altri. Raúl Castro fece un discorso melodrammatico che conferiva un tocco da telenovela venezuelana alla tragedia reale, ma il popolo intero sapeva che all’origine di tutto c’era l’odio di Castro II nei confronti del generale Ochoa.

Del secondo fenomeno mediatico siamo stati testimoni pochissimo tempo fa. Su internet è stato diffuso il fimato di due studenti cubani della Uci, l’Università di scienze informatiche (una facoltà creata scrupolosamente dal Coma Andante, dove studia la crème de la crème) che affrontano Ricardo Alarcón, presidente dell’Assemblea nazionale del potere popolare. Lo studente Eliécer Ávila Cicilia è quello che ha espresso più apertamente il suo pensiero (si era portato addirittura delle note scritte), chiedendo perché un operaio dovesse lavorare due giornate lavorative per comprare in dollari uno spazzolino da denti, perché la moneta nazionale corrente fosse il dollaro, perché i cubani non potessero viaggiare anche se volevano fare turismo patriottico o ideologico. La risposta di Alarcón è stata cadere nel ridicolo, scivolare su una buccia di banana come per sottrarsi alle risate, ed è stato quello che è successo: Alarcón si è trasformato nello zimbello del mondo intero soltanto con una frase (“la congestione dei cieli”) usata per motivare l’impossibilità di viaggiare dei cubani. Il secondo studente gli ha chiesto del “voto unito”, perché dovesse votare per gente che non sapeva nemmeno chi fosse. Da quel momento, internet ha lanciato la notizia e i blog cubani dell’esilio hanno immediatamente fatto da grancassa, soprattutto Penúltimos días di Ernesto Hernández Busto. È iniziata a girare la voce che i ragazzi erano stati arrestati, che la polizia e la Seguridad erano andati a cercare Eliécer a casa dei genitori, che la madre era disperata. Come faccio sempre, ho chiamato L’Avana e ho verificato la notizia con Juan Carlos González Leiva, secretario esecutivo del Consejo de Relatores de Derechos Humanos de Cuba, che mi ha confermato la notizia e mi ha detto che lui stesso aveva ottenuto i particolari dai familiari di Eliécer Ávila Cicilia. Appena due giorni dopo, i giovani sono comparsi su un canale televisivo cubano via internet, nel programma Cuba Debate, intervistati da una giornalista ufficiale e dal figlio di Carlos Lage, il vicepresidente del Consiglio di Stato, César Lage, studente e dirigente studentesco dell’Uci, mettendo in chiaro che loro erano dei rivoluzionari, che avevano votato al 99,99 per cento a favore di quelli di sempre e che erano stati vittime del terrorismo mediatico internazionale. Il tutto ricordava i vecchi processi stalinisti nei Paesi ex comunisti, e il processo a Heberto Padilla a Cuba nel 1971, quando il poeta fu costretto a pronunciare un discorso che diceva l’esatto contrario di quello che pensava. Una volta in esilio, spiegò che aveva dovuto farlo per ordine della Seguridad, e che neanche questo era bastato per evitargli la prigione.

L’aspetto interessante di questo fenomeno non è se la notizia fosse stata preparata o meno. Io non credo che sia stata preparata dalla Uci, né tanto meno da Alarcón in accordo con gli studenti, per screditare la stampa internazionale e i blogger cubani dell’esilio. Non è lo stile “aperturista”. Però conosco lo stile “alfredoguevarista” e ho letto Fouché in diverse occasioni. Credo che in questo evento siano confluiti i due stili, quello di Raúl Castro e quello di Alfredo Guevara, concertati per fare in modo che tanto Ricardo Alarcón quanto i giovani cadessero in un trappola, filmarli e dare risalto all’accaduto. Quello che credo, invece è che tutta la faccenda sia sfuggita di mano ai giovani della Uci: la commedia consisteva nel trasformare lo smacco in una vittoria “raulista”, calcolando che avrebbero screditato in modo informale (i giovani appaiono vestiti in modo normale, quello che si presenta come professore fa pena per come appare e per come si esprime) la stampa internazionale. Inizialmente, penso che Castro II, nel momento in cui ha preparato il suo colpo di genio, si sia sfregato le mani: “Che bello, in questo modo ci liberiamo di Alarcón, che ha fatto una figuraccia indescrivibile, e mettiamo dentro Lage, attraverso il figlioletto (ricordiamoci del processo a Ochoa e del celebre discorso patetico di Raúl Castro), e en passant diamo una lezione a quelli dell’esilio, ma soprattutto inviamo un messaggino agli americani”. Raúl Castro non vede di buon occhio Lage e non sopporta Alarcón. Solo che una vota di più ha sbagliato il calcolo, per l’odierno mondo libero solo il fatto che qualcuno abbia dovuto spiegare le sue parole nel modo in cui lo hanno fatto quei ragazzi è la dimostrazione che non sono liberi, che hanno paura, che si sentono in trappola. E la voce di un animale in trappola era quella del primo giovane che ha parlato, e del secondo con il suo movimento nervoso delle gambe, le sue braccia ripiegate, incrociate, a proteggersi. Nessuno dei due ha ritrattato le proprie parole, hanno semplicemente affermato che lo avevano detto per difendere ancora di più il socialismo.

Sì, naturalmente, il “raulismo” ha le sue minime raffinatezze. I giovani arriveranno a ricoprire posti importanti, ma solo se figli di dirigenti e castristi convinti. In ogni caso, non dimentichiamolo, Raúl Castro ha indirizzato due messaggi agli americani, due messaggi morbidi, di un certo buonsenso. Anche qui non c’è da crederci, sono segnali teatrali. Il “raulismo” non differisce in nulla dal castrismo. Ma possiede un nuovo elemento: a Raúl piacciono i giovani, gli piace controllarli e soggiogarli. E metterli al servizio della sua ideologia personale è una maniera di controllare domesticamente il Paese, come una severa padrona di casa che impone le sue regole. È quello che desiderano gli americani, che i figli dei vecchi comunisti, i figli di Fidel, i figli di Raúl, i figli del Che, i figli di Lage finalmente comincino ad acquisire un certo potere, che i loro nomi comincino a girare tra la popolazione dell’isola, che i giornali esteri ne parlino, in modo che quando arriverà la fine non venga fuori un Armageddon, con Cuba intera che vuole emigrare negli Stati Uniti, in modo i cubani non invadano gli Stati Uniti (che in definitiva è quello che è successo in cinquant’anni di castrocomunismo). Gli americani desiderano che i figli succedano ai padri e che quel maledetto pasticcio se ne rimanga a casa sua. Raúl Castro può lisciare il pelo agli americani dando risposte di questo genere, di basso profilo, questo è sicuro. Ma non ce lo dimentichiamo: Raúl Castro è uguale se non peggio del fratello, come mi confermò in una calda serata a Miami Hubert Matos, ex comandante della Sierra Maestra, con gli occhi chiari arrossati, che passò 22 anni nelle carceri castriste per colpa di Raúl e di Fidel.

(Traduzione di Fabio Galimberti)